Douce France

Viviamo in Francia da un po’ ormai: il 15 giugno sarà già un anno.

Dal 1995 il mio compagno di vita è un francese.

Dal 1995 la Francia fa parte di me.

Questo non vuol dire che abbia mai capito molto i francesi.

Intendiamoci, mi sono meno oscuri degli inglesi. O dei tedeschi, sui quali ho un buco nero, ma ne conosco talmente pochi che non mi sono mai formata un’opinione.

Sui francesi qualcosa l’ho capita, forse:

- sono genuinamente e ingenuamente convinti di essere “top” ( pregasi pronunciare top con cadenza francese); per prendere in giro mio marito, quando sentiamo in televisione o alla radio qualcosa di estremamente francese, inizio un elenco di personaggi famosi non francesi che però per i francesi è un’onta che non lo siano, tipo, Cristoforo Colombo era francese, non lo sapevate? Anche Newton, Edison e Darwin: tutti francesi!

- sono emotivi e non hanno paura, specie gli uomini, a mostrare un certo lato fragile;

- fanno la fila per comprare il pane buono: dove il pane non è buono non c’è mai la coda;

- sono tirchi, ma tanto!

- l’intelligenza non gli fa paura: qui nessuno schernisce uno intelligente, ma soprattutto il livello che porta a definire qualcuno un “intellettuale” è così alto che gli intellettuali nostrani sembrano lì
a giocare a scala40;

- sono di norma dei pessimisti ironici;

- in televisione frignano, non piangono, frignano;

- sono molto gentili, tanto che alle volte mi imbarazzano perché mi sembra di approfittarmi di loro, ma se rifiuti la loro gentilezza si offendono;

- ai francesi piace, ma proprio tanto, complicarsi la vita e dimostrare a tutti che si destreggiano benissimo in un’infinita corsa a ostacoli. Se c’è qualcosa di semplice, come, per esempio, “i bambini vanno a scuola”, la complicano con “i bambini vanno a scuola ma NON di mercoledì”. Oppure “une baguette tradition” diviene “un baguette tradition farinée” che non infarinta, come dire, non ci piace…

- le poste funzionano.

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Scene di ordinaria follia

Il trattore verde guidato da nonna (la fattrice dei duplo) che trasporta un segnale di lavori in corso, due colonne e un cane (whof whof).

Se il cane cade è un dramma epocale…

L’anatra che fa qua qua quando la tiri che si scontra con il trattore verde e fa cadere tutto.

I fili elettrici che hanno un’attrattiva nettamente superiore a qualsiasi gioco adatto a una bambina di un anno, persino superiore all’attrattiva che rappresentano i giochi del fratello.

Il gatto nascosto, con me, nella “stanza craft”, con la porta chiusa e la musica alta, ignorando il casino là fuori: lo gestisce marito1.0. Più o meno…

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L’Italia nel 2012

Alle volte, quando mi manca tanto un bar sotto casa o la mozzarella buona, mi manca l’Italia.

Ma poi quando penso che da quando me ne sono andata ho solo portato fortuna al mio paese, beh, ecco, preferisco vederlo “guarire” dall’estero.

Da quando me ne sono andata:

- non c’è più Berlusconi al governo;

- Milano ha un sindaco non solo di sinistra, ma pure che sembra intelligente e sembra capire dove sono i problemi;

- Bossi si è dimesso;

- Emilio Fede non conduce o dirige un telegiornale.

Nei 37 anni che ho vissuto in Italia mai visto nulla di così bello in un solo anno…

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La haine

Ci sono persone tutti cuoricini e che sanno esprimere solo la loro gioia e il loro amore, bacini e ammennicoli vari.

Per me quelle sono cose private. E spesso banali.

Mi piace però esprimere l’esatto contrario della gioia e dell’amore: l’odio.

Odio profondamente e con tutta me stessa il mondo intero.

Ma più in particolare:

- chi si crede unico, imprescindibile, favolosamente alla moda e stupendamente figo

- i momenti morti nelle giornate

- i finti connaisseurs, siano essi di cibo, vini, libri…

- quando la lavastoviglie pulisce male. Corollario: odio lavare i piatti a mano.

- stirare

- quando perdo le giornate davanti al computer

- il gelo

- il troppo caldo

- il disordine, ma non impazzisco nemmeno per l’ordine

- la confusione

- le mamme sotuttoiochesonoperfettaehofigliperfettieunacasaperfetta

- perdere i punti della maglia

- alcuni blogger che vado a leggere solo per farmeli stare ancora più antipatici

- il provincialismo

E più precisamente, di me medesima, non sopporto:

- avere così tante cose in sospeso che non riesco a portare avanti e tanto meno a finire

- essere così disorganizzata

- dimenticarmi sempre tutto

- essere in grado di raggiungere livelli tali di antipatia che i blogger che mi stanno antipatici sembrano pure a me simpatici

Mi hanno cresciuta dicendomi che odiare è brutto e non va bene.

Forse.

Solo che da quando mi sono imposta di essere di buono umore OGNI mattina per far sì che i miei figli non siano i musoni che sono sempre stata io, beh, da qualche parte devo pur metterlo il muso. E allora lo metto qui. Che tanto mica li metto i link ai blogger che mi stanno antipatici: non rischio nulla :)

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I calzini 2

In sala d’aspetto dal medico entra un bell’uomo, alto, prestante, sui 35 anni.
Si siede, accavalla la gamba: calzino bianco.

Adesso è solo alto.

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I calzini 2

In sala d’aspetto dal medico entra un bell’uomo, alto, prestante, sui 35 anni.
Si siede, accavalla la gamba: calzino bianco.

Adesso è solo alto.

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O dell’umiltà in salsa francese

I francesi sono umili.
Quello che noi pensiamo sia snobismo all’ennesima potenza è in realtà umiltà epurata da tutti gli ammennicoli cattolici italiani.

Premetto: sono atea da ancor prima di sapere cosa significasse essere atei, probabilmente da ancor prima di conoscere la parola stessa. A 6 anni mia mamma mi spediva ogni domenica a messa con 1000 lire: io a messa non ci andavo, me ne stavo seduta su un muretto e mi intascavo le 1000 lire.

La Francia è un paese fieramente laico. Da quando vivo qui non so più cosa dice il papa: qui non si interessano a quello che dice il papa, e, onestamente, fan proprio bene!

I francesi non hanno problemi a dirsi che sono fieri di sé stessi (je suis fiére de moi) o di dirti che dovresti essere fiera di te stessa.
A me ogni volta che lo dicono, che dovrei essere fiera di me stessa, per come parlo francese o per le cose che cucio, rimango sempre imbarazzatissima. E non solo per il fatto che il mio livello di autostima è bassissimo, ma anche perché essere fieri di sé stessi, a meno che non si abbia vinto il nobel per il cucito, è sbagliato, è “peccato”.

E invece dovrei essere fiera di me stessa, perché anche rimanendo con i piedi per terra, in questi ultimi 10 mesi ho raggiunto un numero di traguardi che non avevo raggiunto nei 30 anni precedenti della mia vita.
E invece no: sono qui che rimugino che potrei fare di più, meglio…

I francesi no!
I francesi lavorano sodo e sono fieri dei loro risultati, anche se non pensano di essere arrivati. Rimangono umili e con i piedi per terra.

È per quello che se vincono un oscar continuano a parlare sottovoce, a dire che non vedono l’ora di uscire dal circo mediatico e di tornare alla loro vita. È per la loro umiltà che sembra che non gli importi di essere bravi o di fare bene.
Ma non è vero che non gli importa: semplicemente ne vanno fieri ma senza strafare.

Scommetto che quando la mamma di Jean Dujardin ha chiamato suo figlio per complimentarlo per la vittoria dell’oscar gli ha detto: Je suis fière de toi!

Perché i francesi sono così: fieri.
E fanno bene.

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Nell’Ottocento

Nell’Ottocento non c’era Internet.

Ma nemmeno i libri su come fare i genitori.

O dottori e pediatri ad ogni angolo. E nemmeno ospedali.

Si partoriva a casa, con un po’ di aiuto se andava bene.

Se si era ricche l’unica opzione era la balia.

Se si era povere l’unica opzione era l’allattamento. O una capra.

Il concetto di infanzia non esisteva se non all’interno di un’élite dell’élite: per il resto del mondo il bambino era solo un adulto di taglia piccola. Se stava zitto era anche meglio.

Della sterilizzazione a oltranza nemmeno l’ombra, manco sapevano cosa fosse o come si facesse o perché dovesse servire.

Invece del biberon si usava l’angolo ritorto di una coperta.

I giochi, se ce n’erano, erano 1 o 2.

Certo, a quell’epoca di bambini e di mamme ne morivano tanti. Ma si moriva anche per un taglio non guarito, per un’influenza o un mal di pancia.

Però non mi sembra che il genere umano si sia estinto o abbia mai avuto problemi di estinzione.

E anche se non avevano tutto quello che abbiamo disponibile oggi quei bambini dell’Ottocento sono cresciuti, sono diventati adulti e hanno fatto degli altri bambini che forse erano i nostri bisnonni.

A quei tempi nessuno insegnava a nessuno a fare i genitori: l’avranno tutti imparato guardando come erano stati cresciuti loro. O seguendo il proprio istinto.

Vorrei tornare a vivere nell’Ottocento?

No (non c’era Internet!).

Però alle volte penso che anche se per un giorno non mi sono inventata nessuna attività fantasmagorica, anche se per un giorno gli ho cambiato solo 2 pannolini invece di 3 o 4, che anche se per un giorno hanno frignato più del solito perché li ho lasciati a occuparsi da soli in una stanza piena di giochi mentre io facevo altro… Beh, ecco, non è che cresceranno serial killer, depressi o avranno dei problemi.

No: cresceranno comunque. Tutto quello che gli serve, in fondo, è tanto amore (amore che forse nell’Ottocento non veniva dato proprio a piene mani).

Quello che so è anche che mi sono stufata di tutta la pressione che la società mette su noi genitori per essere attenti, rispettosi, pronti a tutto. Anche perché non mi sembra che con tutte queste favolose teorie e scoperte moderne la popolazione sia composta da adulti “migliori”, ed esistano meno assassini o meno matti: li sappiamo semplicemente nascondere meglio quando ci fa comodo.

In realtà, l’unico risultato è la sovrappopolazione del pianeta, in cui il surplus è rappresentato da gente stressata, triste e per nulla felice.

E in tutta onestà? The terrible twos e i tantrum, nell’Ottocento, mi sa che non li avevano ancora scoperti.

Back to the roots. Back to the ground. Back to life.

 

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Je suis une mère au foyer

Sono una mère au foyer.

O una stay at home mom (SAHM).

Esiste il corrispettivo italiano o ci accontentiamo di casalinga?

No, perché io casalinga proprio non lo sono: la casa viene pulita 1 volta a settimana (o se vengono ospiti anche due) e spessissimo non da me; faccio qualche lavatrice ma non stiro, la lavastoviglie la carico anche ma non mi piace svuotarla. I vetri non li puliscono nemmeno sotto tortura. Il letto lo rifaccio solo se mi ricordo (quasi mai).

Perciò casalinga no.

Mamma disoccupata? Effettivamente non percepisco un salario, ma non mi piace come definizione.

Diciamo che:
- sveglio, nutro e preparo per la giornata i miei figli;
- se è il giorno giusto li porto al nido (quante volte ho temuto di aver sbagliato a scrivere sul calendario e ritrovarmi al nido con tutti e due senza che fossero previsti per quel giorno!). D’inverno è un vero tour de force prepararli!
- preparo pranzo, merenda e cena (from scratch direbbero gli americani);
- li aiuto a mangiare, cercando di mangiare anch’io nel mentre che se finiscono prima loro si mangiano anche il mio piatto!
- gioco con loro;
- se è previsto li vado a prendere al nido;
- li metto a letto con marito 1.0.

Mi divertono queste giornate, mi piacciono?
Insomma, dipende dai giorni.

Certi giorni sogno la semplicità di una giornata di lavoro “normale”, riempita di riunioni e fogli excel: mi sembra quasi rilassante poter passare del tempo parlando con degli adulti che vanno in bagno da soli.

Altri giorni mi sento proprio fortunata a poterli vedere crescere, a godermi ogni sorriso (e ogni frigna) e risata. E di risate (così come di frigne) ce ne sono tante in una giornata.

I giorni in cui compro la baguette buona mi piacciono di più.

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Le negazioniste

“Il parto? Una passeggiata! Sì, qualche dolore, ma poi si dimentica!”

“I pianti dei primi mesi? Mah, boh, non ricordo: pochi”

“Le coliche? Non esistono!”

“La cacca di mia figlia profuma di rosa, è stupenda!”

“L’allattamento? Una passeggiata, un piacere, mi manca così tanto!”

“Certo, facciamo tante attività insieme! Mi piacciono tantissimo i giorni che sono a casa da scuola!”

Ecco, queste sono le madri negazioniste, quelle che ti fanno credere che la maternità sia una passeggiata nei prati in fiore delle montagne di Heidi.

I dolori delle contrazioni non me li sono dimenticati, così come non mi sono dimenticata le 30 ore di travaglio per Y.

Gli strilli non mi escono dal cervello.

Ogni giorno alle 16.30 in punto per 4 mesi Y frignava: coliche? Non so. So solo che se lo tenevo sulla pancia camminando un po’ smetteva.

Non apro il capitolo odore di cacca, che è meglio…

E sull’allattamento scriverò, prima o poi…

E le attività, ma per piacere! Un bambino di due anni riesce a concentrarsi per 10 minuti al massimo: che attività???

Ma loro, le negazioniste, ne sono convinte. Loro hanno figli perfetti e sono diventate madre il giorno che hanno scoperto di essere rimaste incinta.

I miei di figli, come ben sapete, hanno la candela al naso (per dirne una, la più evidente) e io madre non mi ci sento ancora: forse un giorno, quando saranno maggiorenni…

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